Il senso religioso

come espressione dei «preambula fidei»

prima parte

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Introduzione e definizioni

CAP.

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Il corso, che andremo svolgendo, prende il nome dal titolo omonimo del volume scritto da Mons. Giussani: «Il senso religioso». Come vedremo, l’uso dell’aggettivo religioso non va frainteso, come se ci si intedesse riferire direttamente e specificamente ai contenuti di fede (della fede cattolica).

La locuzione «senso religioso», presa nella propria interezza, va invece considerata come riferita a quell’atteggiamento tipicamente umano verso la vita, che corrisponde all’apertura generale nei confronti di qualsiasi verità (sia essa di origine teorica, pratico–esistenziale o persino mistica) possa spiegare il significato più profondo dell’esistenza stessa.

Alle questioni riguardanti più in particolare la dottrina cattolica sono dedicate le successive due opere, che insieme a Il senso religioso, formano una trilogia. Il senso religioso è dunque opera che solo in conclusione intende portare il lettore alle soglie della religione strettamente intesa, poiché nel proprio sviluppo è dedicata invece a un’indagine di tipo razionale. Essendo infatti l’essere umano caratterizzato specificamente dall’uso di ragione, qualsiasi esperienza e qualsiasi dottrina religiosa, anche quando esse superino i limiti della ragione, non sarebbero autenticamente umane, se non mantenessero un legame almeno indiretto con la razionalità.

CAP.

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È proprio in questo senso che il cattolicesimo ha sempre ritenuto valido il criterio secondo cui, se da un lato è vero che la Rivelazione divina contiene verità che superano le capacità di comprensione della sola ragione, dall’altro tuttavia tali verità non potrebbero mai risultare contraddittorie rispetto alla ragione, ossia diametralmente opposte ad essa e dunque del tutto irrazionali.1

Per questo il primo passo compiuto nella direzione di una comprensione globale del senso della vita, viene a coincidere con i contenuti a cui tradizionalmente ci si riferiva mediante l’espressione latina «preambula fidei», espressione che sottintendeva l’aggettivo razionali. Tratteremo, dunque, delle premesse razionali della fede, cioè di quanto la filosofia può dire come base per ogni ulteriore discorso propriamente religioso.

Per usare una terminologia più moderna, si potrebbe dire che il senso religioso corrisponde all’avventura (intellettuale e/o pratico–esperienziale), verso cui ogni essere umano è per natura orientato e verso cui continua anche a nutrire un forte interesse psicologico–esistenziale per tutto il corso della propria vita, se non smette mai di cercare l’incontro con le verità ultime e più profonde.

CAP.

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Definizione: «preambula fidei» (San Tommaso d’Aquino, Super de Trinitate, I, q. 2, a. 3)

«I doni di grazia si aggiungono alla natura senza distruggerla, bensì perfezionandola maggior-mente; perciò anche la luce della fede, che è infusa in noi per grazia, non distrugge il lume della ragione naturale posto in noi da Dio. E quand’anche il lume naturale della mente umana fosse insufficiente a rendere evidente quanto rivelatoci per fede, tuttavia è impossibile che quanto tramandatoci per fede da Dio risulti contrario a quanto posto in noi per natura. Ciò implicherebbe, infatti, che o l’uno o l’altro fosse falso e poiché entrambi ci sono dati da Dio, ciò implicherebbe che Dio fosse propagatore di falsità, il che è impossibile. Invece, siccome nelle cose imperfette si trova una certa imitazione di quelle perfette, allora nelle cose conosciute per mezzo della ragione naturale saranno presenti alcune similitudini delle cose che sono trasmesse per fede. Ora, così come la teologia (sacra doctrina) si fonda sul lume della fede, allo stesso modo la filosofia si fonda sul lume naturale della ragione. Perciò è impossibile che le cose proprie della filosofia siano contrarie alle cose proprie della fede, ma semplicemente le prime mancano di perfezione rispetto alle seconde. Nonostante ciò le cose (verità) filosofiche contengono alcune similitudini e alcune premesse (praeambula) delle cose (verità) di fede, così come la natura costituisce premessa (natura praeambula est) per il conseguimento della grazia».

CAP. 1 — «Senso religioso» e senso della vita

§ 1.1 — La domanda di senso che esprime la natura umana  

CAP.

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L. Giussani, Il senso religioso, p. 74 (cap. 5: «Il senso religioso: sua natura»).

Il senso religioso è la capacità che la ragione ha di esprimere la propria natura profonda nell’interrogativo ultimo […]. Tale domanda inevitabile è in ogni individuo, e dentro il suo sguardo a tutte le cose.

L. Giussani, Il senso religioso, p. 5 (cap. 1: «Prima premessa: il realismo»).

L’interrogativo del senso religioso […] è: «che senso ha tutto?», e dobbiamo riconoscere che si tratta di un dato emergente nel comportamento dell’uomo di tutti i tempi, e che tende a investire tutta l’attività umana

Parlare del «senso religioso», per come è inteso da Mons. Giussani, significa dunque porsi la domanda fondamentale, che esprime la natura più profonda della stessa ragione umana e che riguarda il senso del tutto, cioè il senso di ogni cosa e dunque anche il senso che andrà scoperto e attribuito alla nostra vita.

CAP.

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Nota Bene: significato della locuzione «senso/non–senso della vita»

«Se una situazione è ordinata ad un certo fine e tuttavia è segnata dall’impossibilità di conseguirlo, allora quella situazione è destinata ad essere il luogo del non senso, il luogo in cui è posta una esigenza che non può essere soddisfatta. Al contrario una situazione in cui sono date le condizioni per il superamento del limite in essa presente è una situazione dotata di senso».1

  • Si tratterà, allora, di capire se la vita umana abbia un fine, dal raggiungimento del quale dipenda il senso globale della vita stessa.


La domanda riguardante il senso religioso (e quello della vita) sgorga dunque dalla stessa natura razionale dell’uomo. Eppure la ragione è solo una delle componenti che costituiscono l’essenza dell’essere umano. E poiché tale essenza è unitaria (le componenti della natura umana hanno un ordine e il corretto uso di esse deve essere armonico), la condizione (teorica e di conseguenza psicologica), in cui si può venire a trovare la ragione, influisce anche sulle altre componenti della natura umana.

CAP.

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Ecco allora che l’esigenza teoretica di una risposta razionale intorno al senso della nostra vita corrisponde anche, per chi cerchi di vivere in modo serio e maturo, alla percezione psicologica di un vuoto esistenziale, poiché l’assenza di una risposta corrisponde alla mancanza di quel senso (ultimo) che dà senso ad ogni altra cosa, ad ogni progetto, ad ogni azione.

Tuttavia un certo tipo di vuoto permane anche quando una risposta sia stata trovata; sia che essa fosse positiva, come per il filosofo/credente convinto che il senso di ogni cosa dipenda dalla relazione ad una vita ultraterrena perfetta e priva di ogni difetto, sia che essa fosse negativa, come nel caso dell’ateo e dell’agnostico, che negano o non sanno cosa dire di una vita ulteriore alla morte.

Un esempio emblematico della condizione, razionalmente lucida ma al contempo disperata, di chi abbia concluso la ricerca intorno al senso della vita in modo negativo ed esistenzialmente inappagante, è rappresentato da uno degli scrittori più importanti della letteratura scandinava del ’900. Stig Dagerman, svedese nato nel 1923, si suicidò nel 1954, lasciando traccia però, in alcuni scritti dotati sia di elevato valore artistico che di profondo significato filosofico, dei motivi del malessere esistenziale, che lo portò al suo gesto estremo.

CAP.

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Stig Dagerman, «Il nostro bisogno di consolazione», Iperborea, 2015 in formato e-pub (ed. orig. 1952), p. 4 (corsivo neretto nostro).

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

CAP.

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Benché, a differenza dell’ateo e dell’agnostico (che spesso vivono un vuoto assoluto e disperato), il filosofo/credente sia animato da una positiva speranza (di vedere Dio faccia a faccia), tuttavia il fatto che in questa vita non si possa realizzare l’incontro perfetto con Dio, lascia pur sempre spazio a una profonda mancanza. Anzi, considerando quanto accade proprio ai più grandi santi e mistici, si può dire che chi maggiormente sia giunto a conoscere Dio per esperienza diretta, in maniera altrettanto speciale soffre per la mancanza dell’unione definitiva con Lui. Per tale motivo non è raro che i santi esprimano il loro struggente desiderio di lasciare questo mondo il più presto possibile.

Nella propria icastica semplicità le famose parole, poste da Sant’Agostino all’inizio di una delle sue opere più famose (“Le confessioni”), indicano in modo preciso l’origine di ogni forma e sfumatura che questa profonda esigenza di senso e questo vuoto esistenziale possono assumere nell’animo umano:

Sant’Agostino, Le confessioni, I,1,1.

Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te.

Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.

Cap. 2 — Ragione e sentimento come criteri di ricerca

CAP.

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Ma quale di questi due aspetti (razionale ed emotivo–esistenziale) è fondante per la ricerca intorno al senso della vita? Che relazione c’è tra di essi? Per capirlo, è utile innanzitutto indagare in che cosa più precisamente consista l’inquietudine esistenziale, di cui si è detto.

Infatti se essa consistesse in un puro sentimento, a cui attribuire primaria importanza, allora:

  • Ci sarebbero, sia di fatto sia di diritto, dei non–esistenzialmente–inquieti, perché, così come non tutti trovano l’amore vero, nello stesso modo l’inquietudine esistenziale potrebbe manifestarsi solo in alcuni individui, mancando così di costituire una caratteristica comune a tutti gli esseri umani.
  • In altre parole, la possibilità di una ricerca (razionale) intorno al senso della nostra vita sarebbe subordinata all’esserci o al non esserci di un sentimento: se tale sentimento fosse presente, saremmo interessati alla questione, altrimenti no e nessuno potrebbe accusarci di sbagliare, proprio perché, costituendo i sentimenti per ipotesi l’unico criterio valido di giudizio, in assenza di essi sarebbe giustificata l’esclusione della razionalità come criterio di ricerca oggettivo e valido per ogni uomo.

È possibile dimostrare, però, che l’inquietudine esistenziale, sia dell’ateo che del credente, non è, né unicamente né principalmente, un sentimento; bensì in primo luogo un’esigenza (bisogno, necessità) profonda, in cui trova espressione la nostra natura (essenza) nel proprio complesso (i sentimeti sono solo una porzione di tale natura e nemmeno la più importante), a partire dalle sue componenti più elevate, che sono l’intelletto e la ragione.

§ 2.1 — Brevi(ssimi) elementi di antropologia filosofica

CAP.

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Per comprendere, allora, quale sia il reale valore della richiesta di senso che sgorga dalla ragione umana, è necessario illustrare in modo molto sintetico le tre componenti principali della natura o essenza umana.

  1. Intelletto e ragione :
  • intelletto: da “intus” + “legere” = “leggere dentro” = momento in cui si coglie una verità (lampadina che si accende).
  • ragione: è l’uso dell’intelligenza che porta a sviluppare un ragionamento composto di vari passaggi logici.
  1. Volontà : tendenza al bene (o desiderio del bene), che può essere definita come «istinto razionale del fine ultimo»1.
  • È una tendenza istintiva verso il bene, nel senso che l’uomo non se la dà da solo, ma è in lui innata.

CAP.

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  • È razionale, poiché è legata strettamente all’intelletto, nei due sensi seguenti.
  1. Nulla può essere voluto e desiderato (come cosa buona), se non viene prima conosciuto (come cosa buona) ed è l’intelletto ciò da cui dipende questa conoscenza.1
  1. Ma sopratutto:

Nota Bene: punto assolutamente fondamentale

così come i concetti della ragione sono idee universali, cioè nozioni che possono essere applicate a un numero potenzialmente infinito di individui (vedi Nota Bene che seguono), allo stesso modo la volontà, essendo un desiderio razionale, è il desiderio di un bene universale, ossia è la tendenza verso un bene infinito, cioè privo di limiti (il quale di conseguenza è necessariamente unico), che supera ogni bene creato particolare. Questa è la ragione per cui la volontà umana non potrà mai essere appagata pienamente dal possesso dei beni finiti, che si trovano in questa vita. Dunque solo se il bene infinito esiste ed è raggiungibile, l’uomo potrà essere veramente e compiutamente felice.

CAP.

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Nota Bene: Sofia Vanni Rovighi spiega cosa siano i «concetti e la conoscenza universali»

«[…] Tutti i nostri concetti sono universali. […] Infatti quando esprimiamo, diciamo, che cosa è un individuo, esprimiamo sempre concetti universali. Diciamo p. es. che Tizio è un uomo, che è un poeta, che la sua poesia ha i tali caratteri; ma tutti questi sono concetti universali. Pensiamo infatti che conoscere intellettivamente significa conoscere cio che é una cosa; ora se noi sapessimo che cosa è una cosa in tutta la sua determinatezza, fino all’individualità, la distingueremmo subito da tutte le altre e saremmo sicuri di non scambiarla mai con un’altra. E invece non arriviamo a conoscere così neppure le cose o le persone con le quali abbiamo piu familiarità. Chi di noi si accorge se gli hanno scambiato la penna sul tavolo, se si tratta di penne simili?

[…] Inoltre, se conoscessimo le cose nella loro essenza individuale, le conosceremmo di colpo per quanto sono conoscibili e non avremmo più nulla da imparare intorno ad esse; e invece la nostra conoscenza progredisce. Che cosa vuol dire progredisce? Vuol dire che noi conosciamo delle cose — che pure ci erano gia in certo modo note — aspetti che prima non conoscevamo; vuol dire che la nostra conoscenza si determina, ossia che ad un primo aspetto della cosa conosciuta se ne aggiungono altri; e finché è possibile aggiungere sempre nuovi aspetti, vuol dire che la cosa è conosciuta indeterminatamente, e quindi universalmente».

CAP.

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Nota Bene: Sofia Vanni Rovighi spiega cosa siano i «concetti e la conoscenza universali»

«Riflettiamo a come si svolge la nostra conoscenza quando studiamo un personaggio storico, un poeta: impariamo sempre nuove cose di quel personaggio, ma possiamo mai dire di averlo rigorosamente individuato, ossia di avere una nozione che sia applicabile a lui solo e non ad altri (possibili) uomini, i quali potrebbero avere quei caratteri che conosciamo, ma anche altri, diversi da quelli che ebbe effettivamente quel tale?

Noi cerchiamo di accumulare tanti concetti universali, quando vogliamo conoscere p. es. Alessandro Manzoni, da ottenere che quel complesso di universali non si verifichi di nessun altro individuo a noi noto, da far sì che quella costellazione di concetti ci serva praticamente per distinguere Alessandro Manzoni da un altro poeta: ma un complesso di concetti universali, anche se di fatto si avvera in un solo individuo a noi noto, per sè è predicabile di più [individui, n.d.r.]. Si badi: non voglio dire che possano esserci altri individui uguali al Manzoni (anzi questo è proprio quello che voglio negare): dico che il mio concetto del Manzoni è, per sé, predicabile di più individui».1

CAP.

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  1. Istinti: sentimento–desiderio e passione–desiderio.

G. Basti, Filosofia dell’uomo, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1995, p. 310
(formattazione del testo nostra)

Con passione si intende un abuso dell’istinto
  • ad opera di una volontà frustrata nel suo desiderio naturale di felicità

  • che rende l’inclinazione o la repulsa naturali dell’istinto verso determinati oggetti eccessiva, e quindi capace di condizionare la libertà della volontà stessa […].

  • Indirettamente, inoltre, […] la passione può condizionare anche l’intelletto e la verità del giudizio che esso è chiamato ad operare

Da quale, dunque, delle tre componenti elencate si può partire, al fine di individuare il vero senso della vita umana?

Per comprenderlo, riflettiamo nuovamente (ma in ordine inverso) sulle tre componenti della natura umana, domandandoci quali sarebbero le conseguenze, se a turno le considerassimo come criteri unici o assoluti (assoluto = sciolto da, senza relazione con altro) di senso per la nostra vita.

CAP.

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  1. I sentimenti assolutizzati, porterebbero:
  • ad evidenti contraddizioni, poiché, se costituissero l’unico criterio per stabilire cosa è bene e cosa è male, sarebbe contemporaneamente giusto sia odiare e assassinare (come conseguenza del sentimento di odio), sia amare il prossimo ed essere dunque altruisti;
  • a ritenere giuste azioni che invece sono evidentemente malvage: omicidio (se si prova odio), furto (se si prova invidia), ecc.
  1. la volontà del fine assolutizzata porterebbe:
  • alla situazione assurda in cui la volontà, operando senza considerare le indicazioni dell’intelletto, finirebbe (a) per desiderare e volere cose completamente a caso (= assenza di criteri razionali), oppure finirebbe (b) per volere il proprio stesso volere come fine ultimo, assurdità ancora maggiore, poiché il volere è la tendenza verso qualcosa (inteso come bene) e non il bene stesso.
  • Un volere di volere vuoto, cioè privo di un contenuto voluto, non ha senso (si vuole sempre qualche cosa), come spiega San Tommaso:

CAP.

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San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 1, ad 2.

[…] È impossibile che l’atto stesso emesso dalla volontà coincida con il fine ultimo. Infatti il fine è oggetto della volontà, come il colore è oggetto della vista; perciò così come è impossibile che il primo oggetto visibile sia il vedere stesso, poiché ogni atto visivo è visione di una cosa visibile, è altrettanto impossibile che la prima cosa desiderabile, che è il fine, sia il volere medesimo.

  • Persino chi rifiuti nel modo più radicale i limiti che la realtà oggettiva pone al suo egocentrismo, tanto da negare anche le verità più evidenti, nel scegliere di servire solo il proprio volere, sceglie di porre sempre in primo piano ciò che gli capita di volere (= un oggetto voluto), non il proprio volere vuoto di contenuti, poiché ciò significherebbe non volere niente.

CAP.

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  1. l’intelletto considerato come criterio di senso, porta invece:
  • al compimento del passo fondamentale, che è quello di individuare, attraverso la comprensione della realtà (realismo), quale possa essere il fine ultimo (e di conseguenza i mezzi opportuni per raggiungerlo).

Conclusione: Essendo il fondamento (della ricerca di senso) costituito dall’uso dell’intelletto e della ragione, allora ne deriva che, anche se il sentimento di «nostalgia» per il «totalmente altro»1 (cioè per il bene sommo, totalmente diverso da ogni bene di questa vita) mancasse, nondimeno avremmo il dovere, per rimanere fedeli alla nostra natura razionale, di cercare il senso ultimo della vita («il senso religioso») innanzitutto proprio attraverso l’uso della ragione e sempre in accordo con essa, ossia in accordo con ciò che risulta razionalmente vero e non solo in base ai sentimenti che proviamo (i sentimenti, se contrari alla ragione, valgono zero e portano sicuramente a qualche male!).

CAP. 3 — Senso della vita = azioni finalizzate, fine ultimo e felicità

Sintesi di alcuni articoli contenuti nelle 5 questioni che compongono il Trattato sulla felicità inserito nella Summa Theologiae (I-II, q. 1-5) di San Tommaso d’Aquino

  • Seguendo alcune delle rigorose dimostrazioni filosofiche di San Tommaso, constateremo in che cosa consista il significato concreto della nostra locuzione «senso della vita». Tale locuzione infatti indica il «senso» di marcia unico, cioè l’unica direzione valida per tutti gli esseri umani (nei suoi elementi fondamentali), che deve essere percorsa, mediante i nostri comportamenti, onde poter così ottenere il perfezionamento di noi stessi in coerenza con la nostra natura o essenza.

  • E, poiché sarebbe assurdo parlare di senso di marcia e di direzione da scegliere, senza che il percorso più opportuno sia individuato in relazione alla meta da raggiungere, ossia in relazione necessaria al fine, ecco il motivo per cui parlare di «senso della vita», implica la corretta comprensione di cosa siano il fine, l’azione finalizzata, il fine ultimo e la felicità come conseguenza del raggiungimento del fine.

§ 3.1 — Le azioni e l’ordine dei fini

CAP.

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Q.1, a. 1: L’uomo agisce sempre per un fine

  1. Tra le azioni compiute dall’uomo si dicono propriamente umane solo quelle che gli appartengono per la sua natura specifica di uomo. Ora, l’uomo differisce dalle creature irrazionali per il fatto che è padrone («dominus») dei propri atti.
  2. Ma l’uomo è padrone dei propri atti per mezzo della ragione e della volontà, per cui si dice che il libero arbitrio, mediante cui l’uomo sceglie in che modo agire, è facoltà derivante dalla volontà e dalla ragione.
  3. È poi evidente che tutte le azioni derivanti da una certa facoltà sono causate da essa in coerenza alla natura («secundum rationem») del suo oggetto.
  4. Dunque, poiché l’oggetto della volontà è il fine e il bene, allora tutte le azioni umane avranno uno scopo, cioè saranno finalizzate a qualcosa.

Q.1, a. 4: C’è necessariamente un fine ultimo della vita umana

CAP.

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Premessa d. r. — Poiché si è dimostrato che tutte le azioni umane hanno un fine, ci si chiede se i fini, da cui le varie azioni dipendono, formino un ordine gerarchico, governato da un fine ultimo (o principale), a cui tutti gli altri siano subordinati. Negare questo, significherebbe affermare che la vita è costituita da una serie potenzialmente infinita o indefinita di fini, gettati a casaccio uno accanto all’altro, come i sassi in un mucchio privo di una vera unità e gerarchia interna per riferimento ad un elemento ultimo e ordinante.

  1. Non è possibile procedere all’infinito nella subordinazione dei fini tra di essi (mi pongo come scopo questo, onde ottenere quest’altro scopo e così via), poiché in un qualsiasi insieme ordinato, se non si trovasse l’elemento fondamentale, da cui tutto il resto dell’ordinamento dipende, non esisterebbero o perderebbero di senso anche tutti gli elementi subordinati a quello fondamentale, che rappresenta la ragione stessa dell’ordinamento reciproco delle parti.
  • Per es. in un veicolo incapace di realizzare il proprio fine principale, cioè il movimento, perde di senso anche l’ordine reciproco delle parti di cui è composta la macchina, poiché esse sono state coordinate e subordinate una all’altra proprio per relazione (diretta o indiretta) a quel fine principale.

CAP.

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  1. Ora, di fatto si constata che i fini delle azioni umane sono ordinati reciprocamente e, anzi, in essi si possono distinguere due tipi di ordine:
  • l’ordine dell’intenzione del fine, che corrisponde al momento in cui si comprende quali siano i vari fini interconnessi e in cui ci si propone di attuarli;
  • l’ordine di esecuzione dei mezzi, che coincide con il momento in cui si eseguono effettivamente le azioni che costituiscono i mezzi tramite cui conseguire i fini stabiliti (secondo l’ordine gerarchico che essi hanno).
  • In entrambi questi ordini è dunque necessario che ci sia un elemento primo e fondamentale.
  1. Ciò che è primo nell’ordine dell’intenzione, è infatti ciò che muove ogni volizione e desiderio, ossia il fine ultimo (di cui si è dimostrata già l’esistenza); per cui, se tale fondamentale elemento mancasse, la volontà non sarebbe sollecitata, ossia non si avrebbe alcun desiderio e di conseguenza nessuna azione verrebbe portata a termine.
  1. Ciò che è primo principio nell’esecuzione dell’atto, cioè il primo dei mezzi (ordinati al fine ultimo), è invece ciò da cui inizia l’azione (il primo passo, la prima cosa che si compie, per raggiungere il fine). Mancando, dunque, questo principio, nessuno incomincerebbe a realizzare alcunché, né sarebbe possibile individuare i mezzi adatti al fine (se mancano i primi scalini, è impossibile raggiungere la sommità di una scala).

CAP.

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  1. Da quanto detto, in conclusione si deduce che rispetto a nessuno dei due principi si può procedere all’infinito. In altri termini, entrambi gli ordini dei fini sono necessariamente composti da un numero finito di elementi reciprocamente coordinati e subordinati in ragione di un elemento principale, mancando il quale, l’ordine stesso sarebbe privo di senso sia dal punto di vista teorico che da quello pratico.

A. Campodonico, Integritas. Metafisica ed etica in San Tommaso, Nardini, Fiesole 1996, pp. 152-153.

Anche se l’uomo, quando agisce, di fatto tende sempre ad un certo bene concreto che lo compia in qualche misura, ad una riflessione sulle ragioni del proprio agire complessivo il bene effettivo può chiamarsi felicità (beatitudo). In effetti se ci chiediamo perché facciamo una certa azione, occorrerà sempre giungere ad un fine-bene ultimo per amore del quale siamo mossi ad agire e che unifica i nostri fini-beni particolari. Altrimenti non agiremmo. Questo fine è il bonum commune o bonum universale che fa sì che ogni cosa sia desiderata nella prospettiva del bene (sub communi ratione boni) e che coincide con la felicità (beatitudo).

Q.1, a. 5: Non ci sono plurimi fini ultimi

CAP.

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  1. Se il fine ultimo è ciò da cui ogni altro dipende, esso coinciderà con ciò che ogni uomo ritiene il bene più importante, cioè il bene, ottenuto il quale, si raggiunge anche la massima perfezione della propria vita. Ma il bene più importante, perfetto e perfezionante deve essere necessariamente unico, perché non sarebbe tale, se non colmasse totalmente il desiderio (di bene) dell’uomo. «E questo non potrebbe avvenire, se qualcos’altro di esterno alla sua stessa perfezione [alla perfezione del fine ultimo, n.d.r.] fosse richiesto. Perciò non può verificarsi che la volontà voglia contemporaneamente due oggetti, come se l’uno e l’altro fossero per essa il bene perfetto».
  • Precisazione essenziale: il fatto che il fine ultimo sia necessariamente unico, non significa che vada identificato con un’unica realtà oggettiva. Sia nel bene che nel male si possono perseguire fini in sé distinti, ma unificati nel costituire, come somma di parti coerenti, quello che si ritiene essere l’ultimo fine. Ce lo spiega uno dei commentatori più celebri delle opere di San Tommaso.

CAP.

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Tommaso de Vio, detto il Cardinal Gaetano, in hunc articulum (commento all’articolo)

Tutti i fini prossimi dei peccati mortali sono uniti in un unico fine, che è il peccatore medesimo: poiché l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costituito la città di Babilonia, così come l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costituito Gerusalemme (v. Sant’Agostino, La città di Dio). Perciò il peccatore non ha riposto il suo ultimo fine nel bene apparente della gola, o dell’ingiustizia (e lo prova il fatto che nessuno dei due gli basta); ma tutti i beni contingenti, verso i quali si rivolge il peccatore, si riferiscono ad un unico fine comune, che per lui è l’ultimo in modo assoluto, e cioè se medesimo.

  1. Inoltre, poiché gli uomini hanno una natura comune, il fine ultimo sarà comune a tutti gli uomini.
  • Fine unico e comune a tutti, non significa però che siano unici e comuni a tutti anche i mezzi, attraverso i quali i diversi individui potranno raggiungere il fine ultimo (“Tutte le strade portano a Roma”, pur essendo diverse).

§ 3.2 — In che cosa consiste il fine ultimo

CAP.

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Per individuare in che cosa consista concretamente il fine ultimo, San Tommaso utilizza una procedura per esclusione. Nei primi sei articoli, che compongono la seconda questione, viene dunque escluso che la felicità o beatitudine (in cui consiste il possesso del fine ultimo) possa essere identificata con: le ricchezze (art. 1); con gli onori (art. 2); con la gloria o la fama (art. 3); con il potere (art. 4); con i beni del corpo, come ad es. la conservazione della vita (art. 5); con i piaceri o le soddisfazioni fisiche, che conseguono al possesso dei beni corporali (art. 6).

Considereremo solo gli ultimi due articoli della seconda questione, il settimo e l’ottavo, poiché in essi è ribadito il punto teorico essenziale: per natura l’essere umano, così come pensa in modo universale, analogamente desidera in modo universale e di conseguenza nessun bene finito potrà renderlo felice. Il fine ultimo non potrà dunque che consistere nel bene universale.

Q.2, a. 7: La felicità (o beatitudine) non consiste in un bene dell’anima

  1. Il fine consiste in due realtà: [a] nell’oggetto che si desidera conseguire e [b] nell’uso di esso, cioè nell’atto di fruizione che deriva dal conseguimento dell’oggetto stesso, che è il fine.
  2. Se si considera l’oggetto in sé, nessun bene finito (creato), e dunque nemmeno alcun bene dell’anima (ad es. la sapienza o la saggezza), può essere il fine ultimo, poiché «il bene che costituisce l’ultimo fine è il bene perfetto che sazia in modo totale il desiderio».

CAP.

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  • «Ma il desiderio umano, che è la volontà, ha per oggetto il bene universale; mentre qualsiasi bene dell’anima [e in generale, qualsiasi bene particolare, cioè finito, limitato, n.d.r.] è un bene partecipato e quindi particolare». Quindi nemmeno un qualsiasi bene dell’anima, benché essa sia la parte più elevata dell’essenza umana, potrà mai costituire quel bene universale in cui consiste l’oggetto proprio della volontà umana.
  1. Se si considera invece l’ultimo fine nel momento del suo possesso o della sua fruizione, allora la felicità è un qualche cosa che appartiene all’anima, poiché è nell’anima che si sperimenta la felicità per il fine conseguito.

Q.2, a. 8: La felicità (o beatitudine) non consiste in alcun bene creato, ma solo in Dio

CAP.

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Segue il testo integrale del corpo dell’articolo.

Art. 8

È impossibile che la beatitudine dell’uomo si trovi in un qualsiasi bene creato. Infatti la beatitudine è il bene perfetto, quello che acquieta in modo totale il desiderio [della volontà, n.d.r.]. Ora, l’oggetto proprio della volontà, che è l’appetito umano, è il bene universale; così come l’oggetto dell’intelletto è il vero universale. Da ciò risulta evidente che nulla potrà appagare la volontà umana, se non il bene universale. Esso però non si trova in alcun bene creato, ma solo in Dio, poiché qualsiasi creatura ha una bontà partecipata [Qualsiasi creatura, non potendo essere un infinito in atto come Dio, necessariamente ha un essere finito e dunque la sua esistenza costituisce solo un bene particolare, cioè, appunto, prende solo una parte del bene: partecipare = partem capere = prendere una parte, n.d.r.]. Dunque solo Dio può appagare completamente la volontà dell’uomo […] e per questo la beatitudine dell’uomo può consistere solo in Dio.