come espressione dei «preambula fidei»
seconda parte
CAP.
0 1 2 3 4 5
Nella prima parte del corso si è dimostrato, non solo che le azioni umane propriamente dette sono quelle compiute liberamente in vista dei vari fini che gli uomini si prefiggono (per il motivo che tali fini sono colti come un bene), ma pure che la scelta dei fini avviene sempre in coerenza ad un fine ultimo, rispetto a cui tutti gli altri sono ordinati come mezzi. Si è inoltre dimostrato che tale fine ultimo, in sé, non può che coincidere con Dio, poiché unicamente Dio è il bene universale capace di appagare interamente il bisogno–desiderio universale di bene, in cui consiste la volontà umana; portando così al conseguimento della vera felicità o beatitudine.
Eppure la brutale presenza del male, specialmente quando assume la forma delle disgrazie, malattie, guerre e crimini atroci che colpiscono i più innocenti, sembra del tutto incompatibile con l’esistenza di Dio.
Tre sono le obiezioni fondamentali, che a tale proposito solitamente si fanno e che taluni ritengono costituire nel loro insieme addirittura una difficoltà insuperabile (= aporia).
CAP.
0 1 2 3 4 5
Per cercare in modo ordinato una soluzione a tutti questi aspetti problematici, è necessario però affrontare innanzitutto la questione concernente la corretta definizione del male, perché solo attraverso la scoperta di ciò in cui esso effettivamente consiste, sarà possibile comprendere quanto profondamente (ma in modo per molti versi certamente inaspettato) la questione del male sia legata a quella riguardante l’esistenza di Dio e il senso della vita.
Poiché la presenza del male, vissuta come evento (più o meno gravemente) spiacevole, che capita di dover subire e da cui, dunque, si impara immediatamente a stare il più lontano possibile, è un’esperienza tra le più frequenti e comuni, in apparenza sembra semplice poterne dare una corretta definizione. Eppure basterà incominciare a considerare in maniera più sistematica e approfondita la questione, per rendersi conto della sua complessità e di quanto ciò che si credeva di aver compreso intorno al male, a partire innanzitutto dalla sua stessa definizione, in realtà si dimostri spesso essere il frutto di una riflessione superficiale e inadeguata.
Tramite le parole di San Tommaso d’Aquino diamo allora una definizione iniziale di cosa è il male. Proseguiremo poi con le necessarie puntualizzazioni, affinché tale definizione risulti chiara e adeguatamente giustificata.
Definizione del male: San Tommaso d’Aquino, Contra Gentiles, lib. III, cap. 7.
Il male non è niente altro che la privazione di ciò che qualcuno è atto a possedere e che dovrebbe [di conseguenza] avere. Ecco ciò che tutti chiamano male. Ora, la privazione non è una qualche essenza, bensì una negazione [di qualcosa] in una sostanza. Il male dunque non è una qualche essenza nelle cose.
CAP.
0 1 2 3 4 5
Rispetto alla definizione appena esposta, vanno fatte alcune precisazioni importanti.
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 30.
Il male è un privazione. Ma tale termine può essere inteso in due sensi. In senso lato, tale parola potrebbe indicare qualunque mancanza, qualunque assenza di bene. In senso stretto la privazione è una cosa ben diversa dalla semplice negazione, dalla semplice assenza: essa è l’assenza di un bene dovuto. Ecco la definizione del male. Non possedere la vista, per il minerale o per il vegetale è una semplice negazione, una semplice assenza; per l’uomo è una privazione, un male. San Tommaso, per precisare ch’egli intende la privazione in questo senso stretto, che la contrappone alla semplice assenza, il più delle volte definisce il male «privazione di un bene dovuto».
CAP.
0 1 2 3 4 5
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 42.
[…] Il male è la privazione di un bene, non il contrario di un bene, «il bene ed il male si oppongono come la privazione ed il possesso» [San Tommaso, De malo, q. 1, a. 1, ad 2]. Non ci sarà male se non quando ci sarà privazione, e nella misura esatta nella quale ci sarà privazione. Bisogna attenersi scrupolosamente a questo punto di vista: «Il male, come male, non è una realtà nelle cose, non est aliquid in rebus, ma è la privazione di un bene naturale, inerente ad un bene particolare» [Ibidem, q. 1, a. 1].
CAP.
0 1 2 3 4 5
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 46.
L’assenza negativa di un bene […] non è un male, perchè in questo caso bisognerebbe dire che le cose che non esistono sono cattive, oppure che ogni cosa è cattiva per il fatto stesso che non ha il bene che un’altra possiede, che, per esempio, l’uomo è cattivo, perchè non ha l’agilità del capretto, la forza del leone. Soltanto l’assenza privativa di un bene […] è un male.
In altre parole, se la semplice assenza e il male coincidessero, non ci sarebbe ente che possa essere considerato integralmente buono, anche quando avesse raggiunto la massima e completa realizzazione delle proprie caratteristiche essenziali, proprio perché le varie specie di enti si distinguono in ragione delle proprietà che non hanno in comune. Ogni ente esistente, per il fatto stesso di non potere acquisire le caratteristiche di tutto ciò che ha una diversa essenza, sarebbe irrimediabilmente cattivo.
La bellezza di un fiore o di un tramonto non sarebbero cosa buona, perché compromesse (= rese cattive) dall’impossibilità di esprimere contemporaneamente anche il tipo di bellezza che caratterizza un verso dantesco o leopardiano (e viceversa): conclusione evidentemente falsa.
CAP.
0 1 2 3 4 5
T. Alvira, L. Clavell, T. Melendo, Metafisica, ed. Le Monnier 1987, p. 139.
La bontà manifesta che la perfezione delle cose è appetibile, amabile, suscettibile di venire valutata dalla capacità, posseduta da alcune creature, non soltanto di cogliere l’ente (intelligi-bilità), ma di appetirlo o volerlo (appetibilità). In altre parole, l’ente si dice buono in quanto è appetibile, così come si dice vero in quanto è intelligibile.
CAP.
0 1 2 3 4 5
T. Alvira, L. Clavell, T. Melendo, Metafisica, ed. Le Monnier 1987, p. 138- 139.
[…] il bene di ogni ente consiste nell’essere secondo la propria natura; per questo, mali sono quelle privazioni che si oppongono alla perfezione naturale dell’ente: all’essere, al vivere, all’agire, al conoscere, ecc. (malattie, morte, ignoranza, peccato).
Pertanto secondo una prima approssimazione, possiamo dire che ente e bene si equivalgono (ens et bonum convertuntur). Il bene non è una realtà diversa dall’essere degli enti: «tutto ciò che è, è buono» [S. Agostino, Confessioni, libro VII, 12]; per cui le cose sono buone proprio in quanto sono: hanno tanto bene secondo un rapporto direttamente proporzionale all’essere posseduto.
Il contenuto intrinseco di valore e di perfezione delle cose si fonda sull’essere e sull’essenza, e il loro bonum, pertanto dipenderà strettamente dall’essere di ogni singola realtà […]. Ogni ente, in quanto è ente, è buono.
CAP.
0 1 2 3 4 5
In conclusione, dunque, va tenuto presente che la privazione suppone sempre un soggetto, cioè un bene ontologico (si veda nota bene sottostante), di cui costituisce la corruzione.
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 70.
Non c’è privazione senza un essere privato, senza un essere mancante di ciò che gli è dovuto. Non c’è male senza bene per sopportarlo. Il male puro, il male in sé è impossibile. Ascoltiamo Sant’Agostino libero infine dal manicheismo: «Tutte le cose, quando si corrompono, sono private di un bene. Se esse fossero private di tutto il bene che è in loro, cesserebbero assolutamente di esistere […]. La privazione di ogni bene equivale, infatti, al nulla. Così, dunque, in quanto esistono, le cose sono buone» (Sant’Agostino, Confessioni, lib. VII, cap. 12).
Bene ontologico e bene etico
Quella appena chiarita è la nozione di bene ontologico, da non confondersi con quella di bene etico o morale. Per distinguere le due nozioni, basti dire che il bene morale o i valori morali non sono altro che le regole di comportamento che, quando vengono rispettate, permettono all’essere umano di realizzare quei beni ontologici, in cui consiste il perfezionamento della natura umana.
CAP.
0 1 2 3 4 5
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 49-50.
Risposta: proprio su questa linea dell’efficienza, ciò che agisce non è mai il male, che è privazione, ma è una natura, un principio d’azione, una ricchezza, affetta dal male e dalla privazione. E questo può avvenire in due modi: a) per debolezza: una volta alterato il principio agente, la sua attività ed il suo effetto ne risentono, non per la sua azione [cioè non per l’azione del male, n.d.r.], ma per mancanza di azione, deagendo; b) per concomitanza: il principio d’azione e la sua attività, essendo integri, si slanciano con vigore, con violenza verso un bene che porterà con sè una rovina, cioè il male di un altro essere.
CAP.
0 1 2 3 4 5
Charles Journet, Il male, ed. Borla 1963, p. 39-40.
[…] Il dolore non è forse la più tirannica, la più crudele delle realtà? Esso è la percezione, attraverso la sensibilità, di un’anomalia, d’una privazione; è la percezione tattile, talvolta come segno di avvertimento, talvolta semplicemente percepita, dell’alterazione di un organo. Esso si scompone in due elementi: uno positivo, e cioè la conoscenza; l’altro privativo, e cioè un disordine delle attività biologiche. Sul piano della vita dell’anima, la sofferenza, in quanto si distingue dal dolore [fisico], è la presa di coscienza spirituale d’una separazione, d’una mancanza, d’un decadimento, in una parola d’una privazione sia fisica che morale. […] Supposta la presenza del male, dice San Tommaso, è bene che seguano la tristezza od il dolore: la loro assenza significherebbe che il male non è sentito o non è stimato tale [San Tommaso, Summa Theologiae, I-II, q. 39, a. 1].
In altre parole, il dolore e la sofferenza, sia fisici che psicologico–morali, non sono il male, ma ciò che di positivo ci segnala la presenza della privazione, che, in quanto tale, non potrebbe mai manifestarsi, per dir così, tramite mezzi propri (visto che in sé è un non–ente): un nervo, che duole per un ascesso dentale provocato da infezione batterica, non è il male, ma la realtà positiva esterna all’agente patogeno (i batteri), che segnala la condizione menomata dei tessuti, cioè il male, causato dall’azione dell’agente patogeno.
CAP.
0 1 2 3 4 5
In medicina, infatti, si distingue tra i sintomi (nei quali rientra anche il dolore fisico, che è come l’impianto di allarme posto a protezione di una casa), l’agente patogeno e la patologia; precisando che, benché a volte gli stessi sintomi possano risultare invalidanti, ciò a cui si attribuisce il termine di patologia in senso proprio è la compromissione (= privazione) totale o parziale di una certa funzionalità organica, dovuta all’azione dell’agente patogeno.
A.-D. Sertillanges, Il problema del male, la soluzione, ed. Morcelliana, Brescia 1954, p. 16-18.
Come si può considerare semplice privazione un male morale quale un falso giuramento, un furto, un attentato contro una reputazione, un omicidio o un adulterio? Sembra che ci si beffi conservando siffatta teoria di fronte a situazioni concrete.
E tuttavia, considerando le cose da vicino, non è anzitutto chiaro che gli atti concreti di cui si parla, isolati dalle loro circostanze morali e lasciati veramente alla loro natura d’atti concreti, non possono essere qualificati nè buoni nè cattivi?
Il male dell’omicidio non sta nel coltello, nè quello dello svaligiamento nella violazione d’una cassaforte. Vi sono colpi di coltello virtuosi e l’abile apertura d’una serratura segreta potrebbe essere un’impresa che si ammira. Il male sta nel rapporto di questi atti con il nostro regime di giustizia sociale e di fraternità [e in prima istanza nel rapporto dell’azione con la regola della ragione, n.d.r.]. [segue]
CAP.
0 1 2 3 4 5
E che dire del male morale, ossia il male come atto volontario interno alla coscienza (che potrà poi avere o non avere anche una realizzazione in atti esterni)? Volere il male consapevolmente, non è forse un atto e, dunque, un qualcosa di positivamente esitente, diverso da una semplice privazione?
A.-D. Sertillanges, Il problema del male, la soluzione, ed. Morcelliana, Brescia 1954, p. 16-18.
L’assassino, il ladro obbedisce a una passione […]. Offende la sua regola [cioè la regola morale, che possiede in quanto uomo]. Ed ecco scoperto il lato negativo. Tutto ciò che c’è di positivo nell’atto ha rapporto al bene. Uno scienziato che lo analizzerà non vi troverà che la manifestazione delle leggi che reggono la natura e la vita, e che sono effettivamente mirabili.
[…] Nessuno tende veramente al male, dice incessantemente San Tommaso (Nullus intendens ad malum operatur). Il male non sta in una ricerca, ma in una trascuranza. Non è un’efficienza, ma una deficienza. […] È vero sì che la deficienza volontaria, in cui consiste il male, ha un carattere positivo in quanto fenomeno di coscienza. Il peccato è sì un atto, anche in ciò che ha di negativo, poichè è volontariamente negativo. Ma considerato in questo modo, come fenomeno di coscienza, è buono; è una manifestazione di libertà. Il male deriva in esso, ancora una volta, dalla non-considerazione attuale della regola razionale a profitto della legge della carne o dell’orgoglio dello spirito. Ora, in ciò non si tratta appunto che di deficienza. Nell’analisi del male morale come già in quella del male fisico non si discopre nessuna realtà cattiva.
CAP.
0 1 2 3 4 5
Premesso quanto sin qui discusso, si potrà concluderne che l’esistenza del male dipende neces-sariamente da quella dell’ente o, che è lo stesso, da quella del bene ontologico. Essendo, infatti, il male la privazione di una caratteristica dovuta ad un ente, se l’ente non esistesse, nemmeno il male esisterebbe.
Carlos Cardona, Metafisica del bene & del male, ed. Ares, Milano 1991: prima cit. da p. 155; seconda cit. da p. 150.
«Non vi sarebbe dunque possibilità del male dove non vi fosse bene: la distruzione del bene eliminerebbe radicalmente il male. È il folle intento del suicida».
Per questo «[…] il male non è un dato primario né un’esperienza primordiale. Non si comincia mai col negativo. La percezione del male consegue a quella del bene opposto: la malattia alla salute, la morte alla vita, l’odio all’amore, la colpa all’innocenza».
Ma, proprio perché il male non è l’originario (in latino si diche che non è il «primun cognitum», cioè la prima cosa che si conosce, dato che ciò che si conosce per primo è l’ente), per comprendere il problema del male è necessario preliminarmente porsi la questione generale dell’origine e della causa degli enti, da cui l’esistenza del male dipende.
CAP.
0 1 2 3 4 5
E porsi il problema dell’origine degli enti, significa a sua volta chiedersi se gli enti, la cui esistenza cade sotto la nostra esperienza, abbiano in se stessi la ragione del proprio essere, del proprio esistere o se invece non l’abbiano in altro, cioè se non siano causati da altro.
Infatti, se gli enti non avessero in sé la ragione della propria esistenza e necessitassero dunque di una causa, allora ne deriverebbe che in nessun caso la presenza del male potrebbe implicare che la causa, di ciò da cui il male stesso dipende (gli enti = il bene ontologico), non esista. Ciò perché in tal caso gli enti stessi non esisterebbero e, di conseguenza, nemmeno il male, il quale invece è precisamente il dato di esperienza che ha generato tutti i dubbi e le obiezioni iniziali.
Prima conclusione generale
Ora, poiché in teologia razionale si giunge a dimostrare Dio, proprio in quanto Egli è la causa necessaria di qualunque ente (= l’esistenza di Dio è necessaria all’esistenza di ogni altra cosa), ciò significa anche che, qualsiasi possano essere poi le spiegazioni più specifiche della presenza del male negli enti, in ogni caso tale presenza non potrà mai contraddire l’esistenza di Dio, proprio perché senza Dio nulla esisterebbe (compreso dunque il male che dipende dagli enti creati).
CAP.
0 1 2 3 4 5
Dimostrato che il male non ha essenza e dunque non è un ente, ne risulta che il male non può essere direttamente creato.
Ora, mentre sarebbe contraddittorio dire che Dio non voglia ciò che crea (Dio necessaria-mente vuole ciò che crea, perché è libero e infallibile e dunque non crea né a caso, né per errore, né per necessità), non è contraddittorio affermare che Dio non vuole ciò che è impossibile da creare. In altri termini, Dio può non volere il male e dunque la presenza del male non implica che Dio sia necessitato a volerlo.
Tutto al contrario, proprio perché il male corrisponde sempre ad una privazione di qualcosa che era previsto esserci, sarebbe una contraddizione interna alla stessa volontà di Dio, che egli creasse un ente privato di ciò che Egli stesso vuole che gli appartenga per essenza. Dio è completamente estraneo al tempo e non cambia idea.
Non rimane che concludere che Dio non vuole il male, ma semplicemente lo permette, perché se lo impedisse miracolosamente (cosa che potrebbe fare mediante un’azione straordinaria, che superi la natura intrinsecamente finita e fallibile delle creature), ciò implicherebbe però l’annullamento della libertà umana. Ma, come si è visto, se l’azione umana non è libera, l’uomo non può nemmeno essere ritenuto responsabile del male che compie o meritevole per il bene che realizza. E potrebbe mai volere Dio un uomo che lo ami senza comprensione e libertà in ciò che compie?
Giulio Fanti - Sacra Sindone fra scienza e fede - parte 1
L’accidente è una caratteristica appartenente ad un ente, che non può esistere di per sé, ossia indipendentemente dall’ente di cui è, appunto, accidente. L’etimologia stessa del termine è molto indicativa, poiché esso deriva dal verbo latino accidere, che significa giungere, sopraggiungere, accadere: l’accidente, dunque, è una caratteristica che sopraggiunge in un secondo momento, che non è necessaria all’esistenza dell’ente che la “ospita” e che, di conseguenza, può venire a mancare. Si pensi ad esempio alla colorazione dei capelli, che dopo la giovinezza sparisce, sebbene il soggetto dai capelli divenuti bianchi continui ad esistere.
La sostanza, secondo la definizione classica data da Aristotele, è invece «ciò che esiste in sé e non in un’altra cosa». Proprio in questo sta la singolarità della sostanza: l’esistere in se stessa, e non in qualche altro soggetto, come invece accade a ciò che è accidentale. Sostanza è proprio «ciò che sta sotto» (in latino: sub-stantia = sub-stare = sotto-stare) a tutti gli accidenti e che a differenza di essi sussiste in maniera indipendente da altro.
In filosofia indica una difficoltà teorica profonda e spesso insuperabile; in derivazione dal verbo greco ἀπορέω (aporéo): essere in imbarazzo, essere incerto, essere confuso, non sapere; che a sua volta deriva dal composto di alfa privativo e del sostantivo πόρος (passaggio, via di uscita): α-πορός (aporòs) = privo di passaggio, senza via d’uscita.
In generale il bene è tutto ciò che è desiderato dalla volontà, in quanto ad essa è presentato dall’intelletto come elemento che sotto un certo aspetto perfeziona (rende migliore) chi lo possiede. Per questo si dice che il bene è l’oggetto proprio della volontà (così come si dice che la verità è l’oggetto proprio dell’intelletto e della ragione).
Più in particolare è poi necessario distinguere attentamente tra le nozioni di bene ontologico e bene etico-morale. Inoltre bisogna anche comprendere cosa sia il bene universale, sia in relazione alla volontà, sia in se stesso. Si vedano le voci corrispondenti di tutti questi termini nel Vocabolario.
Si parla di bene ontologico in relazione alla dottrina dei trascendentali dell’essere e per distinguerlo dal bene etico-morale.
«Ora, poiché la volontà è l’inclinazione verso il bene che accompagna la conoscenza intellettiva, ne risulta la conclusione, che oggetto proprio della volontà è il bene universale».
Infatti «ciò che caratterizza la conoscenza intellettiva è la sua capacità di raggiungere l’universale: non conosce soltanto questo o quel banco, ma il banco; questo o quel cane, ma il cane; così non si forma soltanto l’idea di questo o quel bene particolare ma anche quella del bene universale, del bene assoluto, del bene perfetto […]».
Il bene universale in se stesso non può che essere Dio, che è l’Infinito Attuale, ossia l’Essere e il Bene senza limiti.
«Verso tale oggetto la volontà sente un’inclinazione naturale, in quanto è il suo oggetto proprio, che l’appaga pienamente. […] Però tutto ciò che rientra dentro l’orizzonte del bene (bonum) cade anche dentro l’orizzonte della volontà». Dunque anche i beni particolari attraggono la volontà e possono dirsi oggetto di essa, benché, appunto, il loro possesso non possa mai appagarla totalmente.
Nota Bene: Tutti i testi citati sopra sono tratti da: Battista Mondin, Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1991, voce: «Volontà», pp. 666-667.
This is just content that is normally hidden.
Essenza o natura
(specifica e individuale)
«Quando […] consideriamo di un ente […] alcune [sue] proprietà […] in quanto comuni a più enti, che allora definiremo come appartenenti alla medesima specie o classe di enti, l’insieme di tali proprietà costituirà l’essenza specifica di quell’ente. Con “essenza specifica” […] di un ente s’intende l’insieme di tutte quelle proprietà o determinazioni di un ente che l’assegna ad una determinata specie di enti ed allo stesso tempo la separa da tutte le altre specie». Si pensi, ad esempio, alle caratteristiche essenziali che distinguono qualsiasi canguro da qualsiasi leopardo.
Invece «nella misura in cui consideriamo l’ente (fisico, logico, spirituale, ecc.) nella sua individualità di esistente contingente, ovvero che per esistere ha bisogno di un insieme di cause o di condizioni sufficienti a farlo esistere, possiamo definire l’essenza come l’unità dell’insieme di tutte quelle determinazioni che concorrono a costituire un ente come diverso da tutti gli altri enti che compongono l’universo. In questo senso si parlerà dell’essenza individuale di quell’ente».
Nota Bene: Tutti i testi citati sopra sono tratti da: Gianfranco Basti, Filosofia della natura e della scienza, Lateran University Press, Roma 2002, p. 418.
L’etimologia più probabile di questo aggettivo è di origine latina: male habitus = male disposto, che si trova male, che è in cattivo stato.
Ma è anche ipotizzabile un’etimologia di origine greca, dall’aggettivo μαλακός (malakòs) = molle, debole, fiacco (come effetto prodotto dal male).
Si noti che il suddetto termine greco è anche quello usato (come sostantivo) per indicare gli «effeminati» (μαλακόι) nel famoso passaggio della Prima Lettera di San Paolo ai Corinti, in cui si condanna l’omofilia: «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né ladri erediteranno il regno di Dio» (I Cor., 6,9-10).
È la branca della filosofia che ha come oggetto di studio le dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio.
I due aggettivi (razionale o naturale) sono necessari per indicarne la differenza rispetto alla teologia sacra (in latino: doctrina sacra), che è invece la scienza che utilizza la razionalità per ricercare una comprensione più approfondita delle verità di fede provenienti dalla Rivelazione divina.
Nel caso della teologia razionale, dunque, le argomentazioni e i ragionamenti non presuppongono altro rispetto a quanto può essere scoperto e dimostrato dalla sola ragione; mentre nel caso della teologia sacra lo sviluppo delle argomentazioni avviene a partire dai principi della fede, che in sé non sono sempre riducibili a spiegazioni puramente razionali (il che non significa, però, che si debba parlare di irrazionalità della Rivelazione e/o della fede).
Volontà o appetito
intellettivo
N.B. Appetito = sinonimo più generico del termine volontà, dal verbo appetire = desiderare vivamente in senso fisico o morale.
La volontà «è la facoltà (potere) con cui l’uomo persegue i propri fini e cerca di realizzarli».
L’uomo è «dotato di un appetito singolare, chiamato volontà, diverso da quello degli animali che è di natura sensibile e rivolto esclusivamente a beni materiali. L’argomento dell’esistenza di tale appetito è tratto dalla presenza nell’uomo di un potere conoscitivo ben superiore a quello che hanno gli animali: è il potere conoscitivo a cui si dà il nome di intelletto. Ma dato che l’appetito è proporzionato alla conoscenza [si può desiderare qualcosa di concreto, solo se prima si è conosciuto ciò che si desidera e, quindi, ad ogni tipo di conoscenza corrisponde un modo proporzionato di appetire le cose conosciute, n.d.r.], si deve necessariamente concludere che nell’uomo esiste oltre all’appetito sensitivo anche l’appetito intellettivo, ossia la volontà. “Nell’uomo — scrive l’Angelico — è necessario distinguere due appetiti: uno sensitivo e l’altro intellettivo. Infatti la potenza appetitiva è una potenza passiva, che come tale è fatta per essere mossa dall’oggetto conosciuto: cosicché l’appetibile conosciuto è un motore non mosso, mentre l’appetito è un motore mosso […]. Ora, essendo l’oggetto dell’intelletto e quello del senso cose di genere diverso, ne consegue che l’appetito intellettivo è una potenza distinta dall’appetito sensitivo” (San Tommaso, Summa Theologiae, I, q. 80, a. 2)».
Nota Bene: Tutti i testi citati sopra sono tratti da: Battista Mondin, Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1991, voce: «Volontà», pp. 666-667.